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Il Calamaio Elettrico è su Instagram!

Finalmente è disponibile il canale Instagram de IlCalamaioElettrico! Non sarà una copia del blog: WordPress resta e resterà lo spazio privilegiato per gli articoli di scrittura, ma su Instagram, oltre a citazioni delle poesie del blog e di poesie inedite che non compariranno sul blog (!), vi saranno citazioni tradotte in inglese e fotografie originali.
Trovate il canale semplicemente cercando ilcalamaioelettrico nella funzione di ricerca di Instagram oppure, se non avete uno smartphone e/o usate solo il pc, cliccando direttamente sul link:

https://www.instagram.com/ilcalamaioelettrico/

Instagram sarà il trampolino per una pubblicazione e diffusione più veloce e sintetica, mediata dal mezzo fotografico. Vi saranno foto dei miei libri, dei miei dischi in vinile e foto curiose che in qualche modo hanno a che fare con la mia attività di scrittura e anche con la mia vita.

Se non utilizzate Instagram, sappiate che il blog resterà attivo come sempre, qui su WordPress.
A presto, ora vado a visitare i vostri blog!

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Un’Epidemia di Ali (Non Dimenticare i Fiori)

Tutte le voci del mondo
nuotano sommerse
e sul loro dorso di pesce
una pinna altissima e affilata
sfiora le labbra
di cittadini
dritti in giungle di salopettes:
migliaia di Canton Tower umane.
Hanno ali di bandiera
percorse da sangue artificiale,
e giro girotondi (nei bellissimi mondi)
sciolgono le voci
in striature dal contorno veloce.
Impacchettare,
spedire ovunque,
disordinare quel che resta.
Non dimenticare i fiori.
Ci sono fiori
sbocciati dal mare:
questa è la gente
che non può più parlare,
e per parlare
mi apre un cielo in gola.
Dove sono andate,
oggi,
tutte le voci di Tienanmen?
Cosa cercano le mani spalancate?
Piccole ali di Primavera,
scoccate dalla bocca:
sono i Sopravvissuti,
sono solo parole.
Sono solo parole?
Ali di bandiera
strappate
germogliano nei vulcani urbani,
e siano liberi gli uomini,
e siano ondeggianti nei crateri
colmi di fiato-zucchero filato,
le braccia dei bambini,
e dirigano orchestre di pagine vive,
foreste di cuori in ginocchio.
Termineremo questa settimana?
Quant’altra umanità dobbiamo salutare
dall’altro lato della strada?
Piccolissimo uomo
aggrappato all’argine dell’Occidente,
tu – le tue orecchie d’Everest –
senti ancora silenzi
ed ultimi respiri.
Solo i silenzi,
e gli ultimi respiri.

Mauro De Candia ©2018
Creative Commons License
This work is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

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Alphataurus – La Mente Vola (1973)

Splendido pezzo per questa band milanese che realizzò un solo album nel 1973, in pieno stile progressive-rock. La bellissima copertina, apribile in tripla gatefold e creata dal pittore Adriano Marangoni, ritraeva una colomba della pace che sganciava bombe su un paesaggio fantasy e surreale. Il brano è suddiviso in due parti: a un’introduzione strumentale d’atmosfera segue una ballata quasi spirituale. Spadroneggia il moog, il celebre sintetizzatore a tastiera inventato dall’ingegnere statunitense Robert Moog.

Il disco venne prodotto da Vittorio De Scalzi dei New Trolls. Come per altre band valide dell’epoca, l’avventura degli Alphataurus si concluse presto a causa degli scarsi riscontri nelle vendite.

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Poeti in studio di registrazione (Parte 2) Le letture poetiche su vinile di Arnoldo Foà

Sono trascorsi pochi anni dalla morte di Arnoldo Foà, ma forse non molti sanno che il celebre attore, regista e scrittore si cimentò decenni fa in numerose letture poetiche edite su vinile, sia su LP (raccolta di diverse poesie) che su 45 giri.

Dobbiamo fare un salto nel tempo bello lungo: siamo negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta del Novecento, e non sarebbe stato difficile ritrovarci in un negozio di dischi e trovare questi bei vinili mostrati nelle immagini sotto

In queste registrazioni, Foà si cimentò nella lettura dei versi di Dante, Lucrezio, Leopardi, Carducci, ma anche Pablo Neruda, Federico Garcia Lorca, Antonio Machado, Ángel González Muñiz, José Agustín Goytisolo, Juan Ramón Jiménez, Pedro Salinas e molti altri. Questi ultimi nomi ci fanno comprendere l’importanza di queste letture ai fini della diffusione di autori spagnoli che all’epoca non erano ancora molto conosciuti in Italia. Particolarmente pregni sono gli LP (o 33 giri) che, avendo a disposizione un minutaggio ben superiore a quello dei 45 giri (che solitamente venivano usati per sole due canzoni di breve durata, una per lato), riuscivano a essere delle vere e proprie antologie poetiche vocali, tali da poter contenere decine di poesie. Un tenue accompagnamento musicale faceva da sfondo a queste letture, intrecciandosi con la voce del lettore.

Curioso risulta anche un disco di letture di Foà, di liriche che vedono come autore Francesco Messina, più noto per le sue sculture che per le sue poesie: tanto che in copertina lo stesso Messina fa scrivere “La scultura è il mio mestiere, ma la poesia…”

Tornando ai poeti spagnoli, qui potete ascoltare lo straordinario “Lamento per la morte di Ignacio”, di Garcia Lorca (un’elegia divisa in quattro parti), letto nel 1955 da Arnoldo Foà e pubblicato su 45 giri, suddiviso tra lato A e lato B. Questo disco raggiunse il milione di copie vendute e consentì alla casa discografica di vincere il disco d’oro. Altri tempi: ve lo immaginate un disco con recitazioni poetiche che oggi riesce a vendere un milione di copie? Sarebbe un’impresa straordinaria, segnale di una popolazione che si tuffa a pieno corpo nella letteratura.

Le letture poetiche di Foà non si fermarono a quegli anni. Nei decenni successivi arrivarono nuove letture su compact disc. Ma quelle letture storiche, complice la bellezza di quelle copertine giganti e del disco nero, e vista anche la loro maggiore importanza storica, resteranno nel cuore di chi ha vissuto quegli anni. E, possibilmente, anche di chi non li ha vissuti: se volete farvi un regalo (ops, un “quasi regalo”), trovate i vinili delle letture di Foà a pochissimi euro su siti come discogs o ebay.

Concludo questo articolo con le parole dello stesso Foà, tratte dal suo libro “Recitare: i miei primi sessant’anni di teatro”:

“Io cerco di interpretare la poesia meno che posso, come se per l’ascoltatore fosse una lettura. Ho assistito a letture poetiche che mi hanno fatto accapponare la pelle, col dicitore che faceva di tutto per diventare il protagonista dell’opera, o che interpretava volta a volta i vari personaggi, cambiando voce ed espressione! No, la poesia non è un dramma da interpretare: tutt’al più sono da evocare le emozioni”

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Poeti italiani in studio di registrazione: piccola retrospettiva

I mitici anni Settanta, quelli dei dischi venduti a palate e delle grandi svolte musicali, nel loro melting-pot sonoro (si pensi alle mescolanze tra generi presenti nel rock progressivo) ispirarono a battere più sentieri. In realtà c’era già stato un illustre precedente, quello di Leonard Cohen, che nacque prima come poeta e solo dopo divenne acclamato (ed influente) cantautore. Siamo abituati ad associare la poesia alla parola scritta: eppure una poesia può acquisire matericità nella sua recitazione, a seconda della voce e anche del supporto musicale ad essa sovrapposto.

Quale fu quindi, negli anni ’70, la “via italiana” per questa curiosa mescolanza che portò la poesia negli studi di registrazione, non semplicemente per “fermare” la voce dei poeti ma accompagnandola alla musica? E come si concretizzò?

Iniziamo con il poeta Guido Ballo (https://it.wikipedia.org/wiki/Guido_Ballo): nel 1972 pubblicò un disco intitolato Metràpolis, in cui recita alcune sue poesie con un sottofondo musicale suonato da due membri del Balletto di Bronzo e composto da Detto Mariano. Il disco non è mai stato ristampato su cd, e qui potete ascoltare il Lato B del vinile originale. Lo stile poetico di Guido Ballo è abbastanza indirizzato verso le avanguardie, e analogamente astratto è l’accompagnamento strumentale.

 

Altra figura che realizzò un LP è quella del poeta Roberto Sanesi (https://it.wikipedia.org/wiki/Roberto_Sanesi), con il disco “Viaggio verso il Nord” (datato 1972), anche questo una raccolta di poesie recitate dallo stesso poeta su base strumentale. La scrittura di Sanesi risulta estremamente interessante e ricca di immagini vivide, e ben si abbina allo sfondo ambientale qui creato.

“Voltaire in bicicletta corre incontro

a Rousseau con la parrucca al vento”

Oppure

“Ricordo, con molta gravità,

feci apparire un gatto col viso di Kronos,

che germinava rapidamente come un virus

nella luce del sole accartocciato.

Nei gesti, piccioni di fango e fuliggine”

 

Nel 1976 invece fu Alfredo Bonazzi (https://it.wikipedia.org/wiki/Alfredo_Bonazzi) a vedere una sua silloge poetica – intitolata “Quel giorno di uve rosse” – trasposta in musica su vinile, stavolta senza interventi vocali del poeta, ma con un vero e proprio ensemble  in stile musical, a dare corpo e voce ai suoi versi. In questo caso gli interventi musicali non sono di semplice sfondo alla lettura, ma costituiscono una parte importante del progetto. I versi di Bonazzi vengono in parte cantati da due vocalist (Corinna Rosini ed Ernesto Brancucci), in parte recitati dalla voce narrante di Roberto Capasso. Anche questo disco, come i due precedentemente citati, resta disponibile solo su vinile e non è mai stato ristampato su cd. Riguardo alla figura originale e unica di Alfredo Bonazzi, consiglio la lettura di questo articolo da me pubblicato: https://maurodecandiapoesia.wordpress.com/2017/09/17/alfredo-bonazzi-il-tesoro-dimenticato-della-poesia-italiana/

E della bella analisi di Monique Namie: https://moniquenamie.wordpress.com/2018/05/02/lergastolo-azzurro-alfredo-bonazzi/

 

Infine segnalo la pubblicazione, nel 1978, dell’unico LP di un progetto chiamato “La Stanza della Musica”, i cui testi sono tutti poesie della letteratura (italiana o internazionale: tradotta in italiano, nel secondo caso). Si passa da Rimbaud a Tommaso Grossi, da Salvatore Di Giacomo a Giuseppe Gioachino Belli: riporto, di quest’ultimo, il brano che mette in musica la sua “Er giorno der Giudizio”. Neanche a dirlo, anche questo disco non è mai stato ristampato, ed è disponibile solo su vinile originale.

La ricerca continua: e voi, conoscete altri poeti che hanno pubblicato un album o dischi i cui testi sono la trasposizione esatta di poesie?

 

 

Pubblicato in: poesia

La Gipsoteca

All’ombra di un fuoco d’oro,
tra cieli di popeline
e mani delicate di Pan di Spagna,
come fossero morbidi halva pakistani,
un’ombra ha dato forma alle rovine
dei pianeti gibbosi
partoriti dalle evaporiti,
ha offerto il pane e il vino
agli alabastri orientali,
innervandoli
con acquavite di segale.
Gli ha costruito una casa di smorfie,
migliaia di indici e pugni
raggrumati,
scudi-giocattolo per scaglie di luce.
“Siamo manichini strappati ai monti,
guerrieri scoppiettanti di veleni,
nutriti da secoli di pioggia
nell’utero delle altitudini”.
Potevi essere un acero,
il grammofono di Hitler,
o il flauto di Papageno,
o i baffi caduti in terra al vecchio Chaplin
e germinati in un sorriso,
o uno scarabeo dorato
col cuore inscatolato
e il balbettio piumoso dei suoi passi.
E sirene alate,
e rime sfracellate sulla strada,
e il pigolio dei carri armati
(becco di fucile).
E invece rullavano nel petto
come spranghe
i colpi dei martelli rapaci,
a sbriciolare forme
sfamando il sangue sottile della luce.
“Signore,
incidimi la mano
e fanne una peonia,
poi annegami nel deserto.”
Raccolte in una gipsoteca,
occhi chiusi,
le statue cantavano.

Mauro De Candia ©2018
Creative Commons License
This work is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

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Chi è il misterioso Giovanni destinato a morire?

Tempo fa ho pubblicato una mia lirica dal titolo velatamente inquietante. Si intitola appunto “Giovanni deve morire”. Ebbene, se vi chiamate “Giovanni” state tranquilli: non ce l’ho con voi! Dopo un po’ di tempo ho deciso di chiarire di cosa parla la lirica e chi è Giovanni/John.

Qui trovate il post, risalente a marzo 2017: https://maurodecandiapoesia.wordpress.com/2017/03/01/giovanni-deve-morire/

La poesia fa riferimento a un canto tradizionale inglese, intitolato “John Barleycorn Must Die”, poi ripreso più volte, con la versione più celebre che resta probabilmente quella dei Traffic, pubblicata nel 1970 nell’album intitolato appunto “John Barleycorn Must Die”. Chi è allora John che deve morire? John è il simbolo personificato della birra o del whisky, e quindi indirettamente è il simbolo dell’orzo. La sua morte è necessaria per consentire la rinascita: una morte che rievoca quindi il ciclo della mietitura, lo stelo tagliato che rinasce dal suo seme. Non si sa con certezza in quale secolo ebbe origine questo canto. Di sicuro abbiamo una versione a stampa risalente al XVII° secolo, probabilmente la più antica in nostro possesso.

La versione dei Traffic è questa e, ventisette anni dopo la sua pubblicazione (quindi nel 1997),  venne utilizzata da Gabriele Salvatores come colonna sonora del film Nirvana. Buon ascolto!