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Blur – The Universal (1996)

Che dire di The Universal? Una delle canzoni più belle degli anni ’90. Un punto fermo della mia adolescenza, quando passavo le nottate su Radio 3 (che era su frequenze AM se ricordo bene; ma anche sulle FM c’erano nottate musicali) a registrare su audiocassetta – sul mio vecchio stereo Lenco – i live dei Blur e di altre band dell’epoca. Audiocassette che a volte si inceppavano, e dovevo star lì a sfilare il nastro con cura, sperando non si spezzasse. Con la voce sgraziata di Damon Albarn, il sontuoso pot-pourry pop e il grandeur sonoro dei Blur sembrava anche a noi nati negli anni ’80 di poter vivere in qualche modo ciò che ci eravamo persi (l’esplosione di certo glam-pop anni ’70, con David Bowie, Cockney Rebel e altri alfieri di album fantastici).
Grande band i Blur, al di là di questa canzone meravigliosa. Buon ascolto.

This is the next century
Where the universal’s free
You can find it anywhere
Yes, the future has been sold
Every night we’re gone
And to karaoke songs
How we like to sing a long
Although the words are wrong

It really, really, really could happen
Yes, it really, really, really could happen
When the days they seem to fall through you, well just let them go

No one here is alone, satellites in every home
Yes the universal’s here, here for everyone
Every paper that you read
Says tomorrow is your lucky day
Well, here’s your lucky day

It really, really, really could happen
Yes, it really, really, really could happen
When the days they seem to fall through you, well just let them go

Well, it really, really, really could happen
Yes, it really, really, really could happen
When the days they seem to fall through you, well just let them go

Just let them go

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Tutti Più Belli

Tutti sono morti, ora
tutti sono più belli
giustificati dal ricordo migliore.
Sono trascorsi mille anni
e qualcuno legge,
duplicati infinite volte,
interminati di lingue evolute.
Credono che mi esprimessi sempre così in vita,
ma la poesia è solo un filtro profumato
davanti alla bocca.
E io vorrei essermi davanti,
a contare i metri dei secoli
distesi,
allineati per terra,
che mi separano da ciò che
diversamente sarò.
Tutti sono morti, ora,
tutti sono più belli,
arricchiti dal valore paleontologico.
Puoi curiosarmi dentro, insetto in atterraggio:
avrò lasciato
fazzolettini inchiostrati di poesie,
la mia officina di parole da assemblare
come un segreto da conservare.
E avrò lasciato
la mia voce registrata,
intonata su un pentagramma in disuso.
E quozienti di frasi pulsanti e mai realizzate,
come luci ad altissima frequenza
a illuminare quel sacco pieno
di voci carnose
raccolte da terra in una vita.
Tutti sono morti,
tutti più belli,
ora,
su un piedistallo fiorito
di orizzonti mangia-fiabe.
Con la pelle lucchettata alla terra
ho sporcato i bordi del silenzio
tossendo petali,
mangiando pane e stelle.
Posso ancora scegliere di corrermi incontro,
per entrarmi dentro
e diventare uomo-santuario
o giostra parlante.
Una vita come passatempo di me stesso,
infinite vite come passatempo
per tutti quelli che non vedrò nascere
in un futuro che oggi è silenzio.

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Pavlov’s Dog – Theme From Subway Sue (1975)

“Ah, i Pavlov’s Dog”. Se c’è stata una band nell’America di metà anni ’70 che avrebbe meritato una carriera di livello mondiale e che invece è finita quasi nel dimenticatoio, questi avrebbero potuto essere i Pavlov’s Dog.
Una formazione che a posteriori viene considerata di ‘rock progressivo’, ma che in realtà partiva da basi diverse, pur avendo una formazione fantasiosa (con pianoforte, flauto e violino).
Ma i Pavlov’s Dog erano soprattutto le belle melodie e la voce particolarissima di David Surkamp (di origine nativo pellerossa) una voce emozionante (ed emozionata) come poche. Pochissimi album e un solo capolavoro, l’album d’esordio del 1975 intitolato Pampered Menial. Ci trovate la splendida Julia (il loro brano più famoso), la crepuscolare Episode e molti altri grandi brani (date un ascolto a quelli che ho citato, cliccando sul titolo dei brani), tra cui ho scelto Theme From Subway Sue, con un finale vocale da pelle d’oca.

Watch the mountains
And take off down the river
Take off twice from where you are
Cause someday soon we’ll take off down the river
And I’ll see nothing of you at all

Tell the birds not to show which way I’m going
And tell the leaves to try and hide the way
We’ll give ‘em gold
Oh cause gold is nothing special
Tell ‘em all to try and hide the way

And someday soon
We’ll find out where we’re going
And someday soon
We’ll find the way
And if the love that you have for me is going
Well I’ll see nothing of you at all

And it’s a long road
A very, very, very long road
A very, very, very long road
And I’m doing fine
And I’m wishing you were mine

Take me back to morning
Morning’s when she calls me
And take me back to days of prior springs
Oooh will you take me back
And I don’t care
Oh your springtimes don’t possess me
And I’ll see nothing of you at all again

And someday soon
We’ll find out where we’re going
And someday soon
We’ll find the way
Well if the love that you have for me is going
Well I’ll see nothing of you at all
Nothing at all

She’s a woman (She’s a woman)
That left me nothing at all (Left me nothing at all)
She’s a woman (Such a lady)
I have nothing at all (I have nothing at all)
Well I’m leaving…I leave soon
Well I’m leaving now
Nothing at all

And I got nothing
Nothing at all
I have nothing
Nothing at all
I’ve got nothing
Nothing at all

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Roberto Ferri – Requiem per Boby (1977)

Roberto Ferri, già autore per grandi nomi della canzone italiana (De André padre e figlio, Dori Ghezzi e altri; inoltre vincerà come autore Sanremo 1983) esordisce su LP nel 1977 con un bel disco intitolato “Se per caso un giorno la follia…”. Un concept album che attraversa varie problematiche dell’essere umano. Uno dei pezzi migliori dell’album è Requiem per Boby, la prima canzone italiana a introdurre il tema della vivisezione. La bellezza del brano, oltre che nella musica e nell’arrangiamento, è anche nel testo. Gli applausi che si sovrappongono al finale del brano nella ristampa cd non sono presenti nella versione originale del brano su vinile.

Mi ha venduto per trenta denari
un Giuda dell’anno duemila,
il Nume più non lo consola,
la paura lo stringe alla gola,
la Morte Regina fa la padrona.
Questo Noè alla rovescia
che in un’arca di polistirolo
raccoglie Suzuky
e scintillanti polo
ti sbatte la porta sul muso.
Dopo di te,
ecco il diluvio.
Il novello Matusalemme
afferma che è aumentata la vita media sua,
la statistica ce lo conferma
ma si è ridotta l’esistenza tua
che ritrovato il talidomide!

Come sei buffo, Boby, in quella cesta
con quegli elettrodi piantati in testa
e quelle zampe davanti mozzate,
con tuo ventre squarciato,
senza anestesia, tutto d’un fiato!
Senza mani e senza braccia
è sempre più difficile!
Sei davvero resistente ed anormale,
decreta una legge geniale,
morale di uno splendido animale.

Ti è amica la morte gelida,
nei lager del nuovo Goebbels,
che, accecato da invidia livida,
si consola col premio Nobel.
E’ l’indecenza di una stupida scienza.

Ciao Boby, a tempi migliori,
alla prossima civiltà canina,
dove potrai trapiantare cuori,
conservati in formalina,
su cavie umane tenute in naftalina.

Come sei buffo, Boby, in quella cesta
con quegli elettrodi piantati in testa
e quelle zampe davanti mozzate,
col tuo ventre squarciato,
senza anestesia, tutto d’un fiato.
Senza mani e senza braccia
è sempre più difficile!
Sei davvero resistente ed anormale,
decreta una legge geniale,
morale di uno splendido animale.

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Il Male di Susan (Song #16)

Tempo fa avevo pubblicato un brano intitolato Susan: questa canzone gli è complementare nel senso che, mentre l’altro brano vedeva le cose dalla prospettiva di Susan (una realtà distorta, colorata e ultraterrena, tutto sommato terapeutica in quanto “correzione mentale” della realtà effettiva), qui è un osservatore esterno ad osservare Susan e il suo disagio: l’esito è sicuramente più amaro, eppure riuscire a raccontare servirà forse a qualcosa. Brano del 2010.

Il diario di scuola
conteneva segnali
della sua malattia,
tra pagina e pagina,
pagina e pagina.
E noi giù a ridere,
nell’indecidere
se piangere o ridere,
scegliemmo di non parlare.
Ma tu non sai
che sei tu il protagonista:
fare il male non ti basta,
e svegliati…
Susan il tempo sta passando via,
sguardo d’asfalto come un focolare,
è un vortice d’ansia che ci prenderà.
Devi star sveglia, non ti addormentare,
la tua coscienza sta volando via,
non posso far altro che star qui a raccontare.
Le corde magiche che ti muovono
non le riesci a controllare,
e giù dal mare si dan da fare
per non soffrire, quando soffrire è non dimenticare.
Sei qui, sei qui a plasmare nuove nuvole,
ritagliando le tue favole
da uccidere.
Susan il tempo sta passando via,
sguardo d’asfalto come un focolare,
è un vortice d’ansia che ci prenderà.
Devi star sveglia, non ti addormentare,
la tua coscienza sta volando via,
non posso far altro che star qui a raccontare…

 

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Alan Sorrenti – Sulla Cima del Mondo (1974)

La figura di Alan Sorrenti, madre gallese e padre napoletano, resterà per me sempre un mistero. Difficile pensare che quello che a fine anni ’70 diventò il “figlio delle stelle”, fino a pochi anni prima – barba e capelli lunghi, eskimo e il mistero di un alieno spuntato dal nulla – era il fiore all’occhiello della musica italiana, messo sotto contratto – già al suo esordio discografico nel 1972! – dalla Harvest (storica etichetta internazionale) e portato in tour assieme ai Pink Floyd. Nella prima metà dei ’70, infatti, Alan si ispirava a Tim Buckley e Peter Hammill, forgiando brani lunghi anche 20 minuti, fatti di incredibili escursioni vocali e saliscendi emotivi come mai si erano sentiti in Italia. Era un autore di razza, poi la “svolta” musicale ‘dance’ di fine anni ’70 che lo ha letteralmente trasformato rendendolo irriconoscibile, se non nel timbro vocale.
Sulla Cima del Mondo è tratta dal terzo album di Alan, l’ultimo degno di nota prima dell’inizio della svolta. Meno sperimentale di quanto proposto nei primi due straordinari album, oltre che un buon compromesso tra le audaci sperimentazioni dei suoi primi album e un approccio più diretto, è una grande canzone che mantiene l’approccio insolito e originale alla voce (punte di semi-parlato qui e là), con ancora tracce di quell’uso strumentale delle corde vocali che portò la critica musicale dell’epoca a scrivere di lui:”quest’uomo ha ingoiato un sintetizzatore”.

Sali un giorno su in terrazza
per sentirti un po’ più in alto
e hai visto la tua città
come un nido di formiche

Ma che cosa, che cosa tu vuoi?
Io non voglio più soffrire
no non voglio più soffrire

Hai provato a stare solo
e ti sei accorto che sei povero
e sei diventato un clown
per giocare con il mondo

Ma che cosa, che cosa tu vuoi?
Io non voglio più soffrire
no non voglio più soffrire

A due passi dal tuo treno
non puoi più tornare indietro
tu stai inseguendo il tempo
perché vuoi tutto in un momento
e tu vivrai piangendo
sulla cima del mondo

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Antichi Cormorani Urbani

Dal basso verso l’alto s’accartoccia
l’iride smisurata,
scivolando al contrario
sulla bionda rampa di scale,
col corrimano verniciato d’ore trascorse.
Io rotolo nel vetro della mia testa
dal basso verso l’alto,
con gli occhi-cormorani invertiti,
inghiottiti in un mare d’aria nera,
e fingo d’essere un ascensore,
staccandomi dal corpo:
ad ogni piano risalito è tutto più scuro.
E fingo d’essere metà bambino,
per conservare l’immaginazione di quel tempo,
la porta di legno,
il postino in bicicletta,
un magazzino di verdure
e il fischio del giusto treno che mi riconsegna
mio padre.
Dall’alto verso il basso,
mi ritiro,
tumefatto dal buio del terzo piano,
ma sempre rigido, col piede sul primo gradino.
Poi apro il portone,
ed esco, con un pensiero in bocca,
senz’acqua né becco,
a sciacquarmi di luce.

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