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Lo Psichiatra Degli Angeli

Eccolo qua
aggrappato alla gola del vento,
schiacciato tra invisibili mura arancio.
Rifletteva, l’angelo:”Che se di piume
mi vestono, a uccidersi di geometrie
celesti ci si sveste,
di noia e traiettoria veloce.”
Angelo in conserva
nel Pentateuco,
annegato ed evaso
a caccia di carne,
non sa ancora se il suicidio
sia un’opzione: ma niente sangue,
ma niente cappio,
ma niente salto nel vuoto.
“In cielo non c’è suicidio,
ma ci si uccide
se in terra cessa l’attenzione”
(mi dice).
Io allora insisto a credergli,
lui indossa una ferita,
me la mostra
poi si sveste
e lo ascolto.
Stiamocene qui,
a perquisirci gli occhi,
illuminati dalle insegne
di un tugurio di luce (s’è fatta notte).
Non han piume né ventre, gli angeli
che scendon giù
ad emaciarsi di spirito,
solo il desiderio
di avere sulle spalle
uomini custodi
di un manicomio celeste.
Io e lui ci siam scambiati i sogni,
mentre sul muro
l’ombra delle sue labbra
ingigantite indugiava
affrescandomi i contorni del vuoto.

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Città Bianca di Ieri

Tanta gente
urla parole alle parole,
e partorisce rabbia dalla bocca
con maschere elettroniche.
Io voglio solo respiri leggeri
per disintossicarmi dagli occhi malati,
e scivolo nelle strade
indurite di periferia e d’erba.
Col silenzio
raggomitolato in bocca
cerco i sentieri più calpestati
dai gatti,
che fissano le foto dei morti.
E i gatti sono macchie di noia,
piccole e umide città
disfatte a volte sulla punta della lingua.
Ci sono vene benedette
in questa pozza di pietre rapprese
dove le scarpe urlano a più voci,
più delle voci.
Scarto foto di defunti
come i Baci Perugina,
e i miei occhi sono apriscatole.
Ogni pietra ha la sua frase,
quella uguale a tante altre:
qualcuna più originale
me la appunto.
Mi sfugge il silenzio di bocca,
corre nei condotti dell’acqua,
rosicchiando il verso del gatto,
il pianto dell’orfano,
anche il fischio di un rimpianto.
E allora, immune al silenzio,
arriva il gesto
a ricomporre il ricordo:
un fiore,
il secchio d’acqua,
una carezza di pietra
alla pietra.
Resto così cinque minuti,
con la mia barca di pioggia
impantanata in gola,
Poi varco il cancello.
Ho imparato a scintillare
con le dita appiccicate al tramonto
che cola impigliato al cipresso più vecchio,
mentre la sirena delle 19:00
corteggia e difende dai vivi
le fiabe belle di ieri.
Ritornerò domani
a evadermi dentro,
nella città bianca di ieri.

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Chris de Burgh – Crusader (1979)

Artista sottovalutato, nonostante la lunga carriera e le tante hit top 40 nelle classifiche britanniche. Anzi no. Dovrei scrivere: “Artista dimenticato dalla grande massa di ascoltatori, nonostante i tanti dischi venduti”. Chris de Burgh è un po’ un ibrido, mai completamente venduto al successo ma sempre portatore di una certa qualità musicale, soprattutto negli anni ’70.
Il suo album capolavoro narra vicende lontane dei crociati e si chiama appunto Crusader, pubblicato nel 1979.
La title track è una bellissima traccia di 9 minuti suddivisa tra pop orchestrale e prog, probabilmente il suo sforzo artistico migliore: buon ascolto.

“What do I do next?” said the bishop to the priest,
“I have spent my whole life waiting, preparing for the feast,
And now you say Jerusalem has fallen and is lost,
The king of heathen Saracen has seized the holy cross;”

Then the priest said “Oh my bishop, we must put them to the sword,
For God in all His mercy will find a just reward,
For the noblemen and sinners, and knights of ready hand,
Who will be the Lord’s Crusader, send word through all the land,
Jerusalem is lost,
Jerusalem is lost,
Jerusalem is lost;”
“Tell me what to do”, said the king upon his throne,
“but speak to me in whispers for we are not alone,
They tell me that Jerusalem has fallen to the hand,
Of some bedeviled eastern Heathen who has seized the Holy Land;”

Then the chamberlain said “Lord, we must call upon our foes
In Spain and France and Germany to end our bitter wars,
All Christian men must be as one and gather for the fight,
You will be their leader, begin the battle cry,
Jerusalem is lost,
Jerusalem is lost,
Jerusalem is lost”
Ooh, high on a hill, in the town of Jerusalem,
There stood Saladin, the king of the Saracens,
Whoring and drinking and snoring and sinking, around him his army lay,
Secure in the knowledge that he had won the day;

A messenger came, blood on his feet and a wound in his chest,
“The Christians are coming!” he said, “I have seen their cross in the west,”
In a rage Saladin struck him down with his knife,
And he said “I know that this man lies,
They quarrel too much, the Christians could never unite!
I am invincible, I am the king,
I am invincible, and I will win…”
Closer they came, the army of Richard the Lionheart,
Marching by day and night, with soldiers from every part,
And when the Crusaders came over the mountain and they saw Jerusalem,
They fell to their knees and prayed for her release;

They started the battle at dawn, taking the city by storm,
With horsemen and bowmen and engines of war,
They broke through the city walls,
The Heathens were flying and screaming and dying,
And the Christian swords were strong,
And Saladin ran when he heard their victory song;
“We are invincible, God is the king,
We are invincible, and we will win!”
“What do I do now?” said the wise man to the fool,
“I have spent my whole life searching, to find the Golden Rule,
Though centuries have disappeared, the memory still remains,
Of those enemies together, could it be that way again?”

Then the fool said “Oh you wise men, you really make me laugh,
With your talk of vast persuasion and searching through the past,
There is only greed and evil in the men who fight today,
The song of the Crusader has long since gone away,
Jerusalem is lost,
Jerusalem is lost,
Jerusalem is lost
Jerusalem.”