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Giuni Russo – L’Addio (1981: testo di F. Battiato)

Ecco uno di quei testi italiani che mi fa illuminare, e mi stupisce e mi sorprende ogni volta per la sua semplice bellezza. La canzone è meravigliosa, e il testo altrettanto. Come lo era l’interprete.

Con la fine dell’estate
come in un romanzo l’eroina
visse veramente prigioniera.
Con te dietro la finestra guardavamo
le rondini sfrecciare in alto in verticale:
ogni tanto un aquilone
nell’aria curva dava obliquità a quel tempo
che lascia andare via
gli idrogeni nel mare dell’oblio.

Da una crepa sulla porta ti spiavo nella stanza
un profumo invase l’anima
e una luce prese posto sulla cima delle palme.
Con te dietro la finestra guardavamo
le rondini sfrecciare in alto in verticale
lungo strade di campagna
stavamo bene
per orgoglio non dovevi
lasciarmi andare via, lasciarmi andare via.

Ogni tanto un aquilone
nell’aria curva dava obliquità a quel tempo
che lascia andare via, che lascia andare via
gli idrogeni nel mare dell’oblio.

Quando me ne andai di casa
finsi un’allegria ridicola
dei ragazzi uscivano da scuola.
Dietro alla stazione, sopra una corriera.
L’addio.

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Occhi d’Ortica

Oh
si aprono crepe nel cielo
con volti di Han’nya
in successione
e sgusciano frenetici
corpi
che ricordano l’immagine
di avi
la postura
la gestualità
o forse il nulla
che assomiglia a qualcuno.
Ho accelerato tutto
nell’incertezza
brunita dal ricordo,
per sbiadire meno
i fotogrammi.
Ho colonizzato la mia strada
di ammennicoli muniti
di muscoli e sangue
e c’è voluto coraggio
e cento dorsi di sudore.
Ho plastificato i sorrisi ricevuti
e le strette di mano,
li ho appesi al muro
come trofei di caccia
nella mia casa-airbag,
utile solo per l’attimo utile:
non esplode mai.
E ora vedo palmi di mani,
sollevati davanti alla finestra.
E vedo il dispiacere nero
che cola sul vetro,
e sento canti in lingue sconosciute
che frullano fonemi
di labbra impazzite
e il suolo fibrilla,
al funerale degli occhi.
Ho coltivato i ricordi
– li ricordi? –
e i tuoi occhi d’ortìca,
sbocciati bianchi
e morti come sbocciati,
vissuti e dipinti
di dolorosi fendenti-smeraldo
ma sempre fermi
come un segnalibro,
nella giusta posizione,
che era giusta per te.
Ma è giusto così,
quel segnalibro di palpebre chiuse
che se le riapro,
ogni volta
è una festa di pagine vive.

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Renaissance – Northern Lights (1978: e un cenno sulla poetessa Betty Thatcher)

Storica band inglese di progressive-rock con la bella voce di Annie Haslam. Questo è uno dei brani più orecchiabili del loro periodo d’oro, quando si cimentavano in sontuose suite lunghe anche 25 minuti.
Non siamo neanche tanto off topic a livello di poesia: buona parte dei testi dei Renaissance erano infatti scritti dalla poetessa Betty Thatcher, scomparsa nel 2011

https://en.wikipedia.org/wiki/Betty_Thatcher

A voi, direttamente dal 1978: una serena notte con Northern Lights e il testo della Thatcher

The northern lights are in my mind
They guide me back to you
The northern lights are in my eyes
They guide me back to you
Desination outward bound
I turn to see the northern lights behind the wing
Horizons seem to beckon me
Learned how to cry too young
So now I live to sing
The northern lights are in my mind
They guide me back to you
Horizons seem to beckon me
Learned how to cry too young
So now I live to sing

Though it’s hard away from you
Travelling roads and just passing through
It’s not for money and it’s not for fame
I just can’t explain, sometimes it’s lonely
Marking the space between the days
Early hours pass away
I sing to you of northern lights
I sing for you of northern nights
Past or future, here or there
Shelter comes in words from you, so talk to me
I hear your voice, it comforts me
In morning dreams I take your hand
You walk with me
The northern lights are in my mind
They guide me back to you
Peace enfolds the still night air
Home again I look for you and find you there

Desintation homeward now
Take the easy way, bring me down
Making the hard way now I see
Hard to be really free, I’m missing you near me
Marking the space between the days
Early hours pass away
I sing to you of northern lights
I sing for you of northern nights
The northern lights are in my mind
They guide me back to you
The northern nights are in my eyes
They guide me back to you

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Sondaggio ed omaggio! (Parte Prima)

La domanda del sondaggio è: quale tra queste tre poesie pubblicate nel blog vi piace di più? L’obiettivo è quello di selezionare.
Tutti i partecipanti alla serie di sondaggi potranno richiedere privatamente (appena pronto) un ebook-anteprima in pdf di qualcosa che bolle in pentola e collegato a questo blog, che per me è la carta vivente di un work-in-progress.
L’ebook conterrà, oltre a una selezione casuale di 12 poesie dal blog, anche un’appendice con tre poesie mai “rilasciate” sul blog e che non saranno mai pubblicate in alcun modo in futuro, poiché appartengono a un periodo molto distante nel tempo.
In futuro seguirà un secondo e probabilmente un terzo sondaggio. Potete partecipare semplicemente commentando questo post col titolo della poesia che è di vostro (maggiore) gradimento tra le tre, ma potete anche allargarvi nel commento.
Grazie a tutti!

Mauro

Ho inscatolato l’acqua del mare

Ho inscatolato l’acqua del mare
in una scatola non di legno
ma di emisferi cerebrali
socchiusi
per farne sgorgare un po’
nei momenti di sete.
Ho girato un video all’acqua del mare:
suona alla stessa maniera
di decenni fa
quando posavo in foto da bambino
aggrappato a funi di vertigini.
Sul retro del porto
stretto e dimenticato
neanche gli insetti vogliono stare:
solo sabbia e rifiuti
sullo strapiombo
e oggi
più di ieri
ciabatte scomposte
di piedi ignoti
persi chissà dove,
stecche di legno
che un tempo impalcavano gelati
e nemmeno una nave
a turbare un silenzio di
grida di bambini
ammutolite da anni,
voci rimaste rannicchiate
in epoche diverse
nei buchi delle rocce,
le stesse dove si urinava nascosti
in passeggiate sfilacciate di nebbia,
ché da bambini non c’è tregua di pudore.
Ho inscatolato la mia infanzia
che è sempre lì,
nell’acqua ruvida e corrusca
di silenzi rugosi.
Acqua oggi come ieri
o come sarà tra cent’anni,
a imbavagliarci di carezze
spumeggianti memorie.


Tu sei un esercito

Tu sei un esercito di bambole scalze
evocate per far compassione,
che infuriano di tenerezza,
di pioggia arrabbiata in grandine
che trabocca e costringe,
un po’ tutti
un po’ a tutto.
Crescendo più veloce degli occhi che hai addosso
vivi la tua percezione in differita
mentre l’impronta che lasci nel letto
germina e sfugge di vita propria.
Serri le labbra
come a nascondere in bocca un gioco,
consapevole che la parola ormai fuggita dalla tana
è un animale che non torna più indietro.
Sotto la pioggia indurita,
ingurgitata da una curva molle
stoni i semitoni dei tuoi passi nudi.
Una figura di cartapesta attende invano parole
spuntando tra la nebbia e la pietra
a braccia e gambe allargate
(una croce greca).
Dicono che ad ogni bacio segua una risposta:
Lui resta immoto sui tufi,
ondeggia,
scricchiola il muso
e poi si dissolve.
Ma tu sei un esercito,
e correrai muta
per sempre.


Dieci code di lucertola

Una lucertola smette di arrostirsi al sole
poi stacca la coda con un morso.
Ne ricresce immediatamente un’altra,
poi un’altra ancora,
lei le stacca tutte fino alla decima.
Ora ha un suo corteo di dieci code
che vibrano di vita
come un fremito sulla terra.
Giunge un gatto, spaesato,
afferra una coda
e insegue le altre
con giri di pupille
mentre la lucertola fugge via,
rintanandosi nella cerniera
tra la terra e il tramonto.
Ho rovistato nell’imbottitura del sogno
cercando di capirne il senso,
ma non c’era altro oltre questo.
Ho visto la mia ombra,
l’ho raccolta da terra,
stesa ad asciugare al sole,
e poi strappata
a pezzettini,
lanciati per aria come coriandoli.
Tanta gente s’è affollata,
inconscia dell’ubiquo tentativo,
mentre le vene pulsavano
solo dalla mia parte.
Crescono gambe alle parole,
che giocano a tirar calci
ai frammenti dei finti me.
Troppo tardi, quando l’inganno è svelato,
e le parole calciano il nulla,
sono già in salvo.
E se i muri saranno affamati,
se i pavimenti sputeranno lingue,
se gli occhi segneranno tagli sulla pelle
imparerò dalla lucertola,
a distrarre tutti,
moltiplicandomi con frammenti
dal mio stesso odore,
svestendomi d’ombra
per sviare,
ancora una volta,
occhi imperfetti e predatori di sangue.

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Japan – Methods of Dance (1980)

Intermezzo musicale (mancavano da un po’ questi intermezzi): in realtà continuo ad ascoltare musica in grande quantità. Band storica della new wave, con la peculiarità di inglobare sonorità orientali su strutture new romantic. Brano tratto dall’album Gentlemen Take Polaroids, del 1980: un album che va preferibilmente ascoltato di notte. E quindi a mezzanotte, sulla linea di confine tra due giorni di Agosto 2017, posto questo brano. Methods of Dance, con testo.

Testo

Here’s a new design
The cut and style you know so well
Spins across the floor
It’s the same routine
Just one last word before you go
Why should I ask for more?

Then out of the the blue
You are here by me
(Moving)
Taking my chance
(Learning)
Methods of dance
Methods of dance

It’s such a price to pay
You sense the doubt inside my mind
But never ask me why
No second chances now
I could be sure if I were to live
At your speed of life

Then out of the the blue
You are here by me
(Moving)
Taking my chance
(Learning)
Methods of dance
Methods of dance
(Moving)
Taking my chance
(Learning)
Methods of dance
Methods of dance