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Matia Bazar – I Bambini di Poi (1983)

Lo avrete capito: sono nella fase delle grandi voci femminili italiane. E dopo Alice, Giuni Russo, Milva e Mia Martini non potevo dimenticare Antonella Ruggiero e i Matia Bazar. Questo brano è tratto da “Tango”, probabilmente il loro disco più importante e pietra miliare della musica italiana.
Lasciate alle spalle le velleità melodiche degli esordi (con album altalenanti in quanto a qualità, pur contenendo gemme di assoluto valore), la storica band trova finalmente il capolavoro con un disco davvero unico per l’Italia di quegli anni, probabilmente il capolavoro del synth-pop italiano.
I Bambini di Poi è il brano che chiude il disco, e vede sugli scudi sintetizzatori e batteria sintetica (come in buona parte dell’album), a sostenere testo e melodia. Sicuramente un grande brano: ha 34 anni ma non li dimostra. Il video sotto al testo è il tributo recente di un fan (non risale ovviamente al 1983).

Vedi un po’ tu
come sono gli eroi
ma pensa che
i bambini di poi
siamo noi

Splende il sole di Sorrento
sopra un mare che non c’è
corre un cieco incontro al vento
chiede un passaggio all’aldilà
un turista Americano
in carrozzella va
vuole comprare un paesaggio che mai non avrà

E l’astrologo francese
scappa e se na va a Quebec
il Re Sole lascia infranti
i grandi specchi di Versaille
Nostradamus brinda al tempo

Vedi un po’ tu
come sono gli eroi
ma pensa che
i bambini di poi
siamo noi

Nevica sulla laguna
il sipario indugia un po’
mentre il vino di Renania
allaga il vuoto di Bauhaus
San Giovanni non fa inganni

Vedi un po’ tu
come sono gli eroi
ma pensa che
i bambini di poi
siamo noi

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Mia Martini – Guarirò Guarirò (1982)

Mentre tre grandi voci femminili come Giuni Russo, Alice e Milva stanno godendo momenti di successo e popolarità grazie alle collaborazioni con Franco Battiato, c’è un’altra grande cantante italiana che invece attraversa un momento di crisi.
La crisi di Mia Martini è sia personale (per via della fine della relazione con Ivano Fossati) sia artistica: prima un intervento alle corde vocali che le cambierà l’impostazione, la timbrica e l’approccio al canto, poi la mossa di fare tutto da sé, per un disco nel 1981, mossa che non si rivela molto azzeccata. Mia Martini non ha le qualità compositive di un’Alice (per fare un nome) e anche a livello di produzione quel disco presenta delle ingenuità. Passa solo un anno e cambia tutto: arriva il celebre Shel Shapiro che decide di produrle un nuovo album, avvalendosi di compositori di alto livello.
Giungono così, a dare una mano a Mimì, un bravo produttore (Shapiro, appunto, che è anche musicista) e grandi compositori: il redivivo Ivano Fossati, Mimmo Cavallo, Riccardo Cocciante, Mogol, Gianni Bella e Maurizio Piccoli. Partecipa alle composizioni lo stesso Shapiro, e Mia Martini si riserva di scrivere per intero due pezzi molto buoni (Stelle e Io Appartengo a Te), oltre agli ottimi testi di Vecchio Sole di Pietra, Quante Volte e Bambolina.
Il disco esce a settembre del 1982 e si chiamerà “Quante Volte Ho Contato Le Stelle”. In questa fase di transizione tra l’esplosione del suo successo negli anni ’70 e il ritorno alla ribalta a partire da fine anni ’80, questo disco è una vera perla.
Si può iniziare a conoscerlo col bellissimo e originalissimo brano scritto da Mimmo Cavallo, intitolato Guarirò Guarirò: una canzone dal testo surreale (e bellissimo) con la linea vocale che sembra cucita addosso al testo e alla ritmica, e viceversa. Dopodiché correte ad ascoltare tutto il disco, che ha la sola colpa di essere uscito nel periodo sbagliato, ma è uno dei dischi più belli della musica leggera italiana.

A voi, Guarirò Guarirò, con testo

Guardarsi i piedi che crescono
le dita si allungano
E le unghie sfondano le scarpe.
Le pupille fanno uno strano gioco
E il naso butta fuoco.
L’alito diventa un laser
che fa paglia dei muri, squaglia
Ha otto dita la mia quarta mano: mi pare strano.

Ho accelerato i miei esperimenti sul DNA
E negli ultimi tempi
Forse ingoiando intrugli di formule
Maledetta me avrò sbagliato i conti.

Sono la fata dell’ingegneria genetica
Costruisco mele che sanno di pere.
L’acido l’acido desossiribonucleico in mio potere.
I peli rosso-papavero intanto crescono
Mi inseguono mentre vado allo specchio
Resto un po’ con la mia faccia insieme
Stessi poco bene?

E la mia faccia è una piazza di De Chirico
Con manichini di burro
Ficcherò la testa sotto la doccia
Ma l’acqua scende giù a pallini di ferro.

Guarirò guarirò – mi do da fare
Guarirò guarirò – devo scoprire.
Guarirò guarirò – rifarò i conti
Guarirò guarirò – ai miei esperimenti
Via da me maledette allucinazioni
Devo ancora inventare la donna nuova di domani.

Filtri e alambicchi di traffico d’auto
E la vita di città sulla scheda perforata.
Fra “glu glu” di telefoni colorati, di macchine e dati

Esalazioni di fumi di semafori
di amminoacidi metropolitani
Come dottor Jekyll,
quasi come Dio
mi sento anch’io

Questo è il mio orgoglio della donna che voglio
Ed è per questo che mi avventuro
Per dimostrare a me stessa e al mondo
L’ipotesi di una donna futuro, perciò
Ho accelerato i miei esperimenti sul DNA
E negli ultimi tempi
Forse ingoiando intrugli di formule
Maledetta maledetta avrò sbagliato i conti

Guarirò guarirò – mi do da fare
Guarirò guarirò – devo scoprire.
Guarirò guarirò – rifarò i conti
Guarirò guarirò ai miei esperimenti
Via da me maledette allucinazioni
Devo ancora inventare la donna
Nuova di domani.

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Alfredo Bonazzi: il tesoro dimenticato della poesia italiana

Alzi la mano (lo so, non posso vedervi!) chi di voi conosce Alfredo Bonazzi: credo che sarete davvero in pochi ad aver letto i suoi versi – fa eccezione chi ha conversato in privato col sottoscritto – eppure stiamo parlando di un poeta dalla storia unica e dalle capacità descrittive sicuramente fuori dall’ordinario.

È triste constatare come di Bonazzi non si trovi quasi nulla: né online e neanche in libreria. Di lui circolano solo le solite 2-3 poesie – incorporate in qualche articolo giornalistico che riguarda la sua recente morte – e allora, dopo aver acquistato la raccolta L’Ergastolo Azzurro (non esiste ristampa posteriore ai primi anni ’70: l’ho trovata su ebay in edizione originale del 1971 a pochi euro!), voglio incuriosirvi un po’.

Alfredo Bonazzi nasce ad Atripalda (Avellino) nel 1929 e diventa poeta in carcere: sì, era un assassino. Dopo infanzia e adolescenza difficili (una scheggia di proiettile gli fece saltare una parte di cervello) nel 1960 aveva ucciso d’impeto l’anziano proprietario di una tabaccheria durante un furto. Da quell’arresto trascorsero anni, e Bonazzi iniziò a condensare in versi tutta la sua inquietudine, il pentimento per il suo passato. Inizia a vincere concorsi di poesia uno dietro l’altro (solo nel 1970 vinse ben sedici premi), e il suo diventò un caso nazionale a cui si interessò anche l’allora Presidente della Repubblica Giovanni Leone. Fu quest’ultimo, infine, a concedergli la grazia nel 1973 per meriti letterari, e tale decisione non fu ostacolata neanche dalla figlia dell’unica vittima di Bonazzi, la quale si rese conto del profondo cambiamento di quell’uomo, e ne accolse con serenità la liberazione.

Andando ai versi, non copierò per intero le sue poesie ma le citerò “a sprazzi”.

Vorrei iniziare con quella che è forse la sua poesia più celebre, Il Frantoio delle Ore, che così conclude, descrivendo in maniera vivida la realtà plumbea e la vita larvale del carcere:

Veterano del “vuoto profondo”
ho cuore di cosmonauta
e radar d’amore
al posto degli occhi:
vado captando i pensieri
l’agonia e il pianto
del compagno inquieto.
Chiuso a chiave, riascolto
nel frantoio delle ore
le voci deluse della speranza
e l’eco dei tanti messaggi spenti.

Già in questi versi si evidenzia una delle caratteristiche della poetica di Bonazzi: il tono intimista non si richiude su se stesso, ma strappa letteralmente immagini da  dimensioni diverse (il cosmonauta, il frantoio etc.), quasi a crestare quel grigio di colori (seppur malinconici) che vanno a decorare la sua poesia da “cronista dell’anima”. Geniale risulta a mio avviso l’utilizzo della preposizione semplice “di”, che ha sicuramente influenzato anche la mia scrittura poetica. La poesia Anima Ergastolana, ad esempio, conclude:

Eredi del silenzio
non dovremmo più parlare,
ma abbiamo inquieti occhi di papavero
e una danza di sole antico
nel buio rabbioso
dell’anima ergastolana

Altro elemento presente è la sovrapposizione di piani spazio-temporali diversi. Ad esempio, in La Strada non è più quella (come detto, a parte un paio, non troverete online queste poesie e non esistono ristampe posteriori ai primi anni ’70), si inizia con

All’Ergastolo
abbiamo imparato a vivere
fuori dai calendari e ora
la strada non è più quella.

E si termina con

Nel respiro dei sarcofaghi
restano i giorni
fantasmi controluce
in un evolversi
che sbiadisce nel tempo
insabbiate giovinezze

Ancora, in All’Acquario Azzurro, i sorrisi diventano “affondati”. L’Acquario è ovviamente la prigione, che viene percepita come un continuo annegamento, un vivere sott’acqua

Sofisticati –
piccoli piccoli piccoli
fosforescenti di sorrisi
affondati
i bigliettini gentili
sembrano adolescenti imbronciati.
Tra essi, uno solo
pare chiedere perdono
al cuore del pesce randagio

Ancora, in Reparto Neurologico, dopo una vivida descrizione delle “marionette manovrate da camici bianchi”, subentra il pensiero della gioia persa, e tutto si fa vivido, teso e tagliente

Non è per me il sorriso
della bimba che insegue farfalle
su per i fianchi dorati
delle colline d’agosto.
La sera indugia
con sangue e respiro di luna
nelle vene profondissime
dei miei occhi,
mi affonda nel cuore
le ombre aguzze dei monti
come denti avvelenati
di serpe in amore.

Una esperienza rilevante per Bonazzi è quella religiosa, che – successivamente a varie brevi raccolte poetiche, il cui meglio è condensato nel volume L’Ergastolo Azzurro – lo porterà a scrivere il volume Quel giorno di uve rosse, silloge poetica di matrice cristiana.
Anche qui l’ispirazione è notevole, come in Ci ha tradito il vento.

Ci ha tradito il vento
che decora di muschio le pietre
e sottomette gli alberi
al dominio delle stagioni.
Sembra tutto concluso
ora che all’incenso manca
la scintilla, il fuoco,
le braccia disposte
a profumare il giorno.
Nessun’altra fede resta
alla materia grezza di anime
in penosa allegria.
Ma dove, dov’è rimasta
la Parola del Salmo
che invogliava
a sollevare lo sguardo
al cielo troppo nudo?
Tutto piano piano si fa dolore.
Ma non è ancora buio:
lungo tema d’amore,
milioni di morti allineati
si fanno linfa dentro la terra
e si affacciano i bucaneve
dalla fanghiglia dei rospi
e mattini di luce
chiamano in volo verso il sole
uccelli stanchi di palude.

La silloge troverà inoltre un allestimento musicale in stile progressive-rock nel 1976, con l’LP (oggi rarissimo e quotato fino ai 500 euro) intitolato appunto Quel Giorno di Uve Rosse. L’intero album, che ai testi presenta l’esatta trasposizione delle poesie di Bonazzi, è ascoltabile qui:

Oltre alla produzione poetica, Bonazzi scrisse anche Squalificati a vita, un doloroso documento in prosa in cui denuncia i soprusi che avvenivano all’epoca nelle carceri italiane, specificamente nel manicomio giudiziario in cui trascorse 68 giorni legato a un letto, senza ricevere cure.
Un occhio vigile e prezioso, il suo, che si spera possa trovare nuova luce e riabilitazione, assieme ai suoi versi ancora oggi vivi e pulsanti: un esempio di stile elegante, malinconico e “dolorosamente fantasioso” tra i migliori offerti dalla poesia italiana del Novecento.

 

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100 Thousand Poets for Change: Finalista!

Ho la gioia di comunicarvi che sono risultato finalista alla Giornata Mondiale della Poesia/100 Thousand Poets for Change, un evento mondiale che nella sua edizione italiana si terrà a Roma il 30 settembre, in streaming mondiale e diretta televisiva.
Per lasciare un po’ di mistero, dirò solo dopo l’evento con quale poesia mi presento alla finale.
Volevo ringraziare tutti i followers per questa bella avventura: questo risultato è anche merito vostro, perché per la scelta della poesia da presentare ho tenuto conto dei vostri pareri, più che del mio istinto.
La poesia comparirà nell’antologia 2017 della Giornata Mondiale della Poesia. Nel corso della serata saranno scelti dalla giuria i vincitori.
L’evento è a cura di Agnese Monaco, e l’introduzione dell’Antologia è ad opera di Michael Rothenberg e Terri Carrion, che sono i fondatori del 100 Thousand Poets for Change: https://it.wikipedia.org/wiki/100_Thousand_Poets_for_Change
Per chi è di Roma o passa da Roma, l’appuntamento è il 30 settembre dalle 16,00 alle 21,00 in via Eurialo 102.

Un saluto e un grazie a tutti!

 

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Milva – L’Aereoplano (1982: testo di F. Battiato)

(No, la parola “Aereoplano” non è un refuso di chi scrive – dalla forma “Aeroplano” – ma è scritto esattamente così sia su vinile che su cd. Su youtube correggono il titolo: eh no, se è così…lasciatelo così).
Ed eccoci alla terza delle tre grandi voci femminili con cui Battiato decide di collaborare nei primi anni ’80, la grande Milva. Sicuramente quella con più esperienza tra le tre – se affiancata ad Alice e Giuni Russo di quegli anni – e l’ultima in ordine cronologico a collaborare con Battiato, per un album pubblicato nel 1982 che si intitolerà: “Milva e Dintorni”. Il disco è molto bello, forse un pelino inferiore alle vette raggiunte da Battiato (e Giusto Pio) con Alice e soprattutto con Giuni Russo, ma parliamo di sensazioni personali e di una certa “magia” che qui è presente in misura più ridotta.
Anche la “squadra” al lavoro è la stessa: il fido Giusto Pio ad aiutare la composizione musicale di Battiato, i testi di Battiato e l’ormai solida band che aveva già suonato nei lavori di Battiato, Alice e Giuni Russo.
Da questo album scelgo la canzone “L’Aereoplano” (testo di F. Battiato/musica di F. Battiato e Giusto Pio), brano che Milva canta come se fosse Battiato, adottando lo stesso stile vocale sommesso del cantautore siciliano, per poi far esplodere la sua voce straordinaria solo nel finale (da pelle d’oca).

Fly, oh fly Lucy in the sky
Fly, oh fly Lucy in the sky with diamonds
(coro)Welcome Tourist Balkan Tourist
Welcome Tourist Balkan Tourist

(coro)Austrian Canadian Bergamasc air lines
Iran air TWA Pan America
Austrian Canadian Bergamasc air lines
Iran TWA Pan America

Un aeroplano
ma come fa a volare su nel cielo
oh che strano
sulle nuvole, sulle nuvole va
come un’aquila vola sulle città.

Fly, oh fly Lucy in the sky
Fly, oh fly Lucy in the sky with diamonds

Dall’aeroplano
si vede il mondo piccolo e lontano
oh che strano
Nord geografico, Nord magnetico và
dalla torre di controllo la rotta.

(coro)Austrian Canadian Bermagasc air lines
Iran air TWA Pan America
Austrian Canadian Bergamasc air lines
Iran air TWA Pan America

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Alice – Per Elisa (1981: testo di F. Battiato e Alice) e cenni su “Amore Tossico”

Tra il 1980 e il 1983 Franco Battiato sta vivendo un momento creativo di eccezionale intensità, dovuto al sodalizio col maestro Giusto Pio (arrangiatore, direttore d’orchestra e violinista, che in quegli anni curava gli arrangiamenti di Battiato e contribuiva alla composizione. Giusto Pio è scomparso a 91 anni pochi mesi fa) e a una band di supporto sempre più affiatata (di cui faceva parte, tra gli altri, l’ex Formula 3 Alberto Radius).
Sembra incredibile ma in soli 3-4 anni oltre a tirar fuori per sé album come Patriots e soprattutto La Voce del Padrone (uno degli album italiani più importanti di sempre), Battiato riesce a rivitalizzare la carriera di diverse figure femminili che in quegli anni non erano ancora sbocciate definitivamente musicalmente nonostante avessero esordito già sul finire degli anni ’60. Oltre a scrivere quasi per intero l’album “Energie” per Giuni Russo, Battiato scrive per Alice gli album “Capo Nord” (1980) e l’omonimo album del 1981 (semplicemente intitolato Alice, anche se in Germania il vinile uscirà a nome “Per Elisa” e con una copertina diversa). Ci sarà anche una importante collaborazione con Milva e un intero album che Battiato scriverà per lei, come avvenuto con le colleghe Alice e Giuni.
Tornando ad Alice, “Per Elisa” è il brano che va a Sanremo nel 1981 e lo vince. Il testo, scritto da Franco Battiato in collaborazione con la stessa Alice (la musica è di Battiato e Giusto Pio), si presta a diverse interpretazioni, e quella che va per la maggiore è che la “Elisa” della canzone sarebbe l’eroina.
In quegli stessi anni (precisamente nel 1983) esce al cinema “Amore Tossico” con la regia di Claudio Caligari, uno dei film italiani più sconvolgenti, che fa il punto sulla situazione della droga tra i giovani italiani dell’epoca. Il film è sconvolgente perché non ha filtri: dal turpiloquio alle iniezioni (come la “pera” che Loredana si inietta nel collo) ai transessuali, è tutto vero (al posto della droga gli attori si iniettavano un liquido innocuo). Tutti gli attori inoltre sono presi dalla strada, e sono tutti eroinomani o ex eroinomani della zona tra Ostia e Roma, senza alcun background o scuola di recitazione: quasi tutti gli attori principali moriranno prematuramente negli anni seguenti al film, per overdose o altri problemi connessi alla droga. Tra questi spicca il protagonista Cesare Ferretti, capace di una prova intensissima che purtroppo non avrà seguito (morirà di AIDS qualche anno dopo il film).
In una scena di Amore Tossico, Cesare e gli altri tossici cantano insieme “Per Elisa”, e forse da qui nasce la connessione tra la canzone e l’eroina, connessione che successivamente Alice pare aver smentito.
A voi questa splendida canzone e, sotto, una scena da “Amore Tossico” (con l’intensa interpretazione di Cesare, che aveva le qualità per diventare un grande attore) e il testo della canzone.

Per Elisa vuoi vedere che perderai anche me.
Per Elisa non sai più distinguere che giorno è
e poi, non è nemmeno bella.
Per Elisa paghi sempre tu e non ti lamenti
per lei ti metti in coda per le spese
e il guaio è che non te ne accorgi.
Con Elisa guardi le vetrine e non ti stanchi
lei ti lascia e ti riprende come e quando vuole lei
riesce solo a farti male.
Vivere vivere vivere non è più vivere,
lei ti ha plagiato, ti ha preso anche la dignità.
Fingere fingere fingere non sai più fingere
senza di lei, senza di lei ti manca l’aria.
Senza Elisa, non esci neanche a prendere il giornale
con me riesci solo a dire due parole
ma noi, un tempo ci amavamo.
Con Elisa guardi le vetrine e non ti stanchi,
lei ti lascia e ti riprende come e quando vuole lei
riesce solo a farti male.
Vivere Vivere Vivere non è più vivere
lei ti ha plagiato, ti ha preso anche la dignità,
fingere fingere fingere non sai più fingere
senza di lei, senza di lei ti manca l’aria.
Vivere non è più vivere
per Elisa, con Elisa!

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Sondaggio ed Omaggio (Parte Seconda)

Seconda parte del sondaggio poetico: stavolta non chiederò quale tra le tre poesie preferite, ma le due poesie che ritenete migliori tra le tre proposte.

Come il primo proposto, è un sondaggio in cui reputo davvero importante il vostro parere: ma tutto sarà più chiaro tra qualche mese.

Come nel precedente sondaggio, tutti coloro che interverranno possono richiedermi un ebook pdf contenente una selezione delle poesie del blog, tre poesie inedite risalenti a circa 10 anni fa (e che non saranno mai pubblicate in alcun modo) e un’anteprima visiva di “qualcosa”. Potete contattarmi su: lizardplay@hotmail.it

Grazie a tutti!
Mauro

Oltre (Human Cannonball)

Alla fine del Tempo
farei un balzo infinito:
varrebbe la pena rischiare
per sapere che c’è
oltre questo terrario
che chiamiamo pianeta,
monitorati come rettili
ignari di ciò che c’è oltre.
Dentro la terra delle radici,
dentro il tempo delle radici,
quel che quotidianamente ho visto
è.
Un uomo con giacca rossa,
calzoni verdi
e un tamburino tra le mani
mi vola addosso.
Piovono uomini dal passato
o forse da un futuro
tornato passato:
fuoriescono da cunicoli in cielo.
Vengono a darsi in prestito
al Terzo Millennio
rotolando su un suolo
di campi vecchi d’aratro.
C’è un laboratorio di esseri
chiamati a raccolta
come burattini narcotizzati
sparati da cannoni di là
e fuoriuscenti da donne
di qua,
attraversando l’Abisso
in un istante.
Ogni volto è solo una guaina,
formalità estetica
per avviare una nuova sciarada.
Così alla fine del Tempo,
dopo aver visto tutto,
vorrei restar di qua.
O forse migrare di là
a lanciar pupazzi dal cielo.
Allora forse deciderei
di rientrare comunque nel terrario,
bisognoso di rivarcare
il confine dimenticato
nel grembo della solitudine.

Città bianca di ieri

Tanta gente
urla parole alle parole,
e partorisce rabbia dalla bocca
con maschere elettroniche.
Io voglio solo respiri leggeri
per disintossicarmi dagli occhi malati,
e scivolo nelle strade
indurite di periferia e d’erba.
Col silenzio
raggomitolato in bocca
cerco i sentieri più calpestati
dai gatti,
che fissano le foto dei morti.
E i gatti sono macchie di noia,
piccole e umide città
disfatte a volte sulla punta della lingua,
ché ne parlo a volte troppo,
a volte troppo poco.
Ci sono vene benedette
in questa pozza di pietre rapprese
dove le scarpe urlano a più voci,
più delle voci.
Scarto foto di defunti
come i Baci Perugina,
e i miei occhi sono apriscatole.
Ogni pietra ha la sua frase,
quella uguale a tante altre:
qualcuna originale
me la appunto.
Mi sfugge il silenzio di bocca,
corre nei condotti dell’acqua,
rosicchiando il verso del gatto,
il pianto dell’orfano,
anche il fischio di un rimpianto.
E allora, immune al silenzio,
arriva il gesto
a ricomporre il ricordo:
un fiore,
il secchio d’acqua,
una carezza di pietra
alla pietra.
Resto così cinque minuti,
con la mia barca di pioggia
impantanata in gola,
Poi varco il cancello.
Ho imparato a scintillare
con le dita appiccicate al tramonto
che cola impigliato al cipresso più vecchio,
mentre la sirena delle 19:00
corteggia e difende dai vivi
le fiabe belle di ieri.
Ritornerò domani
a evadermi dentro,
nella città bianca di ieri.

Una processione di carta

Corpi incantati
e incatenati
seguono la direzione del vento,
anime sottilissime
incolonnate in lontananza
si inseguono in processione di campagna
mentre le osservo da una finestra rotta,
sommerso da uno zufolare di rondini:
mi sembrano i bambini del pifferaio di Hamelin,
pieni di un’età bianca di zucchero.
A che serve star seduti ad aspettare
che i muri partoriscano pensieri
dalle loro crepe ammuffite
con teste ciondolanti di ratto?
Se il cielo si incrosta di nuvole
ci sarà tempo per pensare,
per de-filtrare paesaggi
saturati di colori digitali,
e sbiadirli al naturale.
Gli uomini cadono dal cielo
afoni come involucri di carta,
espulsi da una cupola di croste annerite;
sono gli stessi che vedo camminare
con la schiena curva
e il corpo trasparente.
Una catena infinita di fantasmi neurologici
che svaniscono scivolando sul precipizio del tramonto.
Provo a spremermi gli occhi,
ne spuntano altri,
ma piove.
Sui tetti, rumoreggiano le ombre,
festeggiano ingoiando
pioggia amara,
la stessa che sgorga
in forma di pensieri liquidi
dalle crepe sul muro.

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