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“Io sono Iraklion” (da “Le stanze dentro”): significato e breve analisi del testo.

“Io sono Iraklion” è la poesia che apre il libro “Le stanze dentro”, e in quanto apripista al lavoro, riveste diverse funzioni.
Prima di tutto serve a introdurre un legame: il legame tra chi scrive e il testo stesso.
Ho così scelto di “affondare le mani” nel mio cognome (i cognomi sono vere fucine di viaggi nel tempo, un po’ come il DNA), per trarne, nella sua funzione latina di complemento di origine (o provenienza, o moto da luogo), l’origine dall’isola greca di Candia (o Creta, di cui Candia era la capitale), un tempo chiamata Heraklio o Iraklion (ma, con la conquista ottomana, verrà chiamata “Kandiye”, di qui, anche con la dominazione veneziana dell’isola di Creta, la transizione in italiano verso “Candia”).
Una modalità classica per introdurmi al lettore (chi non ricorda “A Zacinto”?) così come la stessa poesia è volutamente “cesellata”.
La sua lavorazione non è stata semplice, ma – mentre continuavo a lavorare su altre poesie – ha richiesto tante revisioni, aggiunte, rimozioni, incerti crinali nella lavorazione che però alla fine mi hanno permesso di dire, dopo mesi e mesi:”Eccola, questo è quello che volevo esprimere”.
L’incipit (“C’è silenzio al mattino”) non è casuale: oltre a far coincidere l’inizio della silloge con l’inizio del giorno, tale incipit è la naturale prosecuzione dell’ultima poesia del libro (l’eponima “Le stanze dentro”, che si svolge completamente di notte, fino all’alba).
Questo per consentire il gioco del libro che ricomincia naturalmente, dopo essere stato terminato, affidandosi alla ciclicità dell’alternanza giorno/notte.
Se l’ultima poesia si ferma sull’orlo del risveglio, si può ricominciare il libro ripartendo dalla prima.
Ma in “Io sono Iraklion” ho voluto inserire anche il riferimento alle “stanze” (nel verso “qui ogni stanza è bocca di un viso”, a richiamare sia il titolo della silloge che l’ultima composizione del libro; ma anche ad anticipare come ogni stanza “parli”, giacché è il contenitore di salvataggio di personaggi, idee e di tutto ciò che sarebbe irrimediabilmente perso), e il riferimento alla tomba del celebre poeta e scrittore greco Kazantzakis, che nella poesia – ma vale per tutta la durata del libro – introduce il tema del ricordo (ancora un velato riferimento foscoliano, stavolta al carme “Dei Sepolcri”).
Una poesia al contempo luminosa e oscura, che attinge al mondo classico e pagano (i “giocattoli di divinazione”, le statue “slanciate in cielo a indemoniarsi d’amore”), tanto che l’elemento cristiano compare quasi di soppiatto (gli “angeli subacquei” che, nascosti sotto l’acqua, smuovono lentamente le navi).
Ma la luminosità non è qui un inneggiare festoso o un gioire, quanto – quasi come in un film di Serrador – un mero elemento di sfondo (la luce del giorno appena iniziato, amplificata dalla pietra bianca delle case), che talvolta si riveste di aggressività (es. la pietra bianca che “strappa il sole di dosso”; le navi “morsicate dal sole”).
La considero una poesia importante per il mio percorso anche perché dietro la metafora dell’isola si nasconde l’autore stesso; perché è un tributo a un certo tipo di arte, quella classica, e ai suoi canoni, che tuttavia verranno ripetutamente violati nel libro (con neologismi, immagini non convenzionali, e così via).

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Detskaya Literatura

“Detskaya Literatura” è stata una casa editrice per l’infanzia, nata in Russia nel 1933 per volere del governo sovietico. C’è da dire che per molti decenni qualsiasi produzione artistica, in Russia, doveva passare attraverso l’imprimatur governativo e attraverso le case editrici e discografiche di Stato (per la musica, ad esempio, c’era l’etichetta di stato Melodija, fondata nel 1964 e tramite la quale dovevano passare tutte le incisioni, le fabbriche di dischi e il commercio degli stessi).

 

Se si voleva sopravvivere, bisognava scendere a compromessi, e forti erano le pressioni a conformarsi e ad abbandonare influenze occidentali. Detskaya pubblicava anche singole fiabe a fascicoletti in versione tradotta in altre lingue, e anche questa bella stampa de “L’uccello di fuoco” di fine anni ’70/primi ’80 fa parte delle svariate cose (libri, oggetti, monete, francobolli) che mio padre portava dalla Russia ogni qualvolta ci faceva un salto.

 

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Artista giusto e pubblico “sbagliato”

Correva il 1980 quando Peter Hammill fu malauguratamente inviato in tour – dall’organizzatore – con Peter Tosh. Ok fermiamoci: Hammill produceva (come ha sempre fatto) musica scritta, pensata e prodotta per un pubblico non di massa e tendenzialmente intellettuale (brani articolati e lunghi, vocalità teatrale ed estrema, testi pieni di riferimenti letterari e filosofici), mentre Tosh faceva reggae ed era seguito da un pubblico medio di giovani spesso sbandati che ai concerti desideravano solo ballare e fumare erba.
Oggi Peter Hammill è considerato, con mezzo secolo di carriera alle spalle, uno dei musicisti più importanti e influenti della musica rock (ad esempio, negli ultimi anni ha ricevuto la laurea honoris causa dal Conservatorio di Piacenza, e gli sono stati assegnati sia il Premio Tenco che il Premio Ciampi), ma che quel ragazzo inglese ci sapesse fare lo avevano già capito in tanti già nel 1971, quando uscì – con Hammill a capo dei Van der Graaf Generator – il capolavoro Pawn Hearts, un disco di soli tre lunghi e articolati brani che riuscì ad entrare nelle posizioni alte delle classifiche di vendita italiane, ammaliando i giovani con quella musica teatrale, filosofica e densa di tonalità chiaroscure (più scure che chiare) dettate da quella voce capace di volare dall’angelico al demoniaco nel giro di pochi secondi.
Ma torniamo a quel 19 luglio del 1980: Hammill inizia ad eseguire (completamente solo al piano) il brano Man-Erg (tratto appunto da Pawn Hearts), quando, dopo appena 10 secondi, il pubblico (che era in gran parte accorso per vedere Peter Tosh, il quale avrebbe suonato dopo Hammill), intuendo che non ci sarebbe stato nulla di ballabile o strettamente divertente nella musica di Hammill, inizia a urlare e ad insultarlo. Volano fischi, volano i “Basta!” e i “Vattene!”.
Come reagisce Hammill? Reagisce regalando a quel pubblico la più bella versione live di sempre di quel brano. Non un accenno di esitazione, non un inciampo, nessuna incertezza nella voce, che deflagra quasi a voler seppellire quella montagna di fischi e insulti. Un’esibizione strappacuore.
Una lezione per tutti? Beh, non tutti siamo Peter Hammill e quindi non tutti abbiamo la certezza di valere contro ogni opinione, ma quando siete consapevoli dei vostri mezzi e altrettanto consapevoli della pochezza di chi vi è davanti e vi giudica negativamente perché semplicemente non ha le strutture mentali tali da poter comprendere certe “finezze”…continuate, continuate, continuate fino alla fine e seppellite di bellezza i detrattori.

A voi, un artista vero contro gli inconsapevoli sbandati, qualcuno dei quali, oggi, forse si sarà reso conto di cosa si è “perso” trentotto anni fa.

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Poeti in studio di registrazione (Parte 2) Le letture poetiche su vinile di Arnoldo Foà

Sono trascorsi pochi anni dalla morte di Arnoldo Foà, ma forse non molti sanno che il celebre attore, regista e scrittore si cimentò decenni fa in numerose letture poetiche edite su vinile, sia su LP (raccolta di diverse poesie) che su 45 giri.

Dobbiamo fare un salto nel tempo bello lungo: siamo negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta del Novecento, e non sarebbe stato difficile ritrovarci in un negozio di dischi e trovare questi bei vinili mostrati nelle immagini sotto

In queste registrazioni, Foà si cimentò nella lettura dei versi di Dante, Lucrezio, Leopardi, Carducci, ma anche Pablo Neruda, Federico Garcia Lorca, Antonio Machado, Ángel González Muñiz, José Agustín Goytisolo, Juan Ramón Jiménez, Pedro Salinas e molti altri. Questi ultimi nomi ci fanno comprendere l’importanza di queste letture ai fini della diffusione di autori spagnoli che all’epoca non erano ancora molto conosciuti in Italia. Particolarmente pregni sono gli LP (o 33 giri) che, avendo a disposizione un minutaggio ben superiore a quello dei 45 giri (che solitamente venivano usati per sole due canzoni di breve durata, una per lato), riuscivano a essere delle vere e proprie antologie poetiche vocali, tali da poter contenere decine di poesie. Un tenue accompagnamento musicale faceva da sfondo a queste letture, intrecciandosi con la voce del lettore.

Curioso risulta anche un disco di letture di Foà, di liriche che vedono come autore Francesco Messina, più noto per le sue sculture che per le sue poesie: tanto che in copertina lo stesso Messina fa scrivere “La scultura è il mio mestiere, ma la poesia…”

Tornando ai poeti spagnoli, qui potete ascoltare lo straordinario “Lamento per la morte di Ignacio”, di Garcia Lorca (un’elegia divisa in quattro parti), letto nel 1955 da Arnoldo Foà e pubblicato su 45 giri, suddiviso tra lato A e lato B. Questo disco raggiunse il milione di copie vendute e consentì alla casa discografica di vincere il disco d’oro. Altri tempi: ve lo immaginate un disco con recitazioni poetiche che oggi riesce a vendere un milione di copie? Sarebbe un’impresa straordinaria, segnale di una popolazione che si tuffa a pieno corpo nella letteratura.

Le letture poetiche di Foà non si fermarono a quegli anni. Nei decenni successivi arrivarono nuove letture su compact disc. Ma quelle letture storiche, complice la bellezza di quelle copertine giganti e del disco nero, e vista anche la loro maggiore importanza storica, resteranno nel cuore di chi ha vissuto quegli anni. E, possibilmente, anche di chi non li ha vissuti: se volete farvi un regalo (ops, un “quasi regalo”), trovate i vinili delle letture di Foà a pochissimi euro su siti come discogs o ebay.

Concludo questo articolo con le parole dello stesso Foà, tratte dal suo libro “Recitare: i miei primi sessant’anni di teatro”:

“Io cerco di interpretare la poesia meno che posso, come se per l’ascoltatore fosse una lettura. Ho assistito a letture poetiche che mi hanno fatto accapponare la pelle, col dicitore che faceva di tutto per diventare il protagonista dell’opera, o che interpretava volta a volta i vari personaggi, cambiando voce ed espressione! No, la poesia non è un dramma da interpretare: tutt’al più sono da evocare le emozioni”

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Poeti italiani in studio di registrazione: piccola retrospettiva

I mitici anni Settanta, quelli dei dischi venduti a palate e delle grandi svolte musicali, nel loro melting-pot sonoro (si pensi alle mescolanze tra generi presenti nel rock progressivo) ispirarono a battere più sentieri. In realtà c’era già stato un illustre precedente, quello di Leonard Cohen, che nacque prima come poeta e solo dopo divenne acclamato (ed influente) cantautore. Siamo abituati ad associare la poesia alla parola scritta: eppure una poesia può acquisire matericità nella sua recitazione, a seconda della voce e anche del supporto musicale ad essa sovrapposto.

Quale fu quindi, negli anni ’70, la “via italiana” per questa curiosa mescolanza che portò la poesia negli studi di registrazione, non semplicemente per “fermare” la voce dei poeti ma accompagnandola alla musica? E come si concretizzò?

Iniziamo con il poeta Guido Ballo (https://it.wikipedia.org/wiki/Guido_Ballo): nel 1972 pubblicò un disco intitolato Metràpolis, in cui recita alcune sue poesie con un sottofondo musicale suonato da due membri del Balletto di Bronzo e composto da Detto Mariano. Il disco non è mai stato ristampato su cd, e qui potete ascoltare il Lato B del vinile originale. Lo stile poetico di Guido Ballo è abbastanza indirizzato verso le avanguardie, e analogamente astratto è l’accompagnamento strumentale.

 

Altra figura che realizzò un LP è quella del poeta Roberto Sanesi (https://it.wikipedia.org/wiki/Roberto_Sanesi), con il disco “Viaggio verso il Nord” (datato 1972), anche questo una raccolta di poesie recitate dallo stesso poeta su base strumentale. La scrittura di Sanesi risulta estremamente interessante e ricca di immagini vivide, e ben si abbina allo sfondo ambientale qui creato.

“Voltaire in bicicletta corre incontro

a Rousseau con la parrucca al vento”

Oppure

“Ricordo, con molta gravità,

feci apparire un gatto col viso di Kronos,

che germinava rapidamente come un virus

nella luce del sole accartocciato.

Nei gesti, piccioni di fango e fuliggine”

 

Nel 1976 invece fu Alfredo Bonazzi (https://it.wikipedia.org/wiki/Alfredo_Bonazzi) a vedere una sua silloge poetica – intitolata “Quel giorno di uve rosse” – trasposta in musica su vinile, stavolta senza interventi vocali del poeta, ma con un vero e proprio ensemble  in stile musical, a dare corpo e voce ai suoi versi. In questo caso gli interventi musicali non sono di semplice sfondo alla lettura, ma costituiscono una parte importante del progetto. I versi di Bonazzi vengono in parte cantati da due vocalist (Corinna Rosini ed Ernesto Brancucci), in parte recitati dalla voce narrante di Roberto Capasso. Anche questo disco, come i due precedentemente citati, resta disponibile solo su vinile e non è mai stato ristampato su cd. Riguardo alla figura originale e unica di Alfredo Bonazzi, consiglio la lettura di questo articolo da me pubblicato: https://maurodecandiapoesia.wordpress.com/2017/09/17/alfredo-bonazzi-il-tesoro-dimenticato-della-poesia-italiana/

E della bella analisi di Monique Namie: https://moniquenamie.wordpress.com/2018/05/02/lergastolo-azzurro-alfredo-bonazzi/

 

Infine segnalo la pubblicazione, nel 1978, dell’unico LP di un progetto chiamato “La Stanza della Musica”, i cui testi sono tutti poesie della letteratura (italiana o internazionale: tradotta in italiano, nel secondo caso). Si passa da Rimbaud a Tommaso Grossi, da Salvatore Di Giacomo a Giuseppe Gioachino Belli: riporto, di quest’ultimo, il brano che mette in musica la sua “Er giorno der Giudizio”. Neanche a dirlo, anche questo disco non è mai stato ristampato, ed è disponibile solo su vinile originale.

La ricerca continua: e voi, conoscete altri poeti che hanno pubblicato un album o dischi i cui testi sono la trasposizione esatta di poesie?

 

 

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Chi è il misterioso Giovanni destinato a morire?

Tempo fa ho pubblicato una mia lirica dal titolo velatamente inquietante. Si intitola appunto “Giovanni deve morire”. Ebbene, se vi chiamate “Giovanni” state tranquilli: non ce l’ho con voi! Dopo un po’ di tempo ho deciso di chiarire di cosa parla la lirica e chi è Giovanni/John.

Qui trovate il post, risalente a marzo 2017: https://maurodecandiapoesia.wordpress.com/2017/03/01/giovanni-deve-morire/

La poesia fa riferimento a un canto tradizionale inglese, intitolato “John Barleycorn Must Die”, poi ripreso più volte, con la versione più celebre che resta probabilmente quella dei Traffic, pubblicata nel 1970 nell’album intitolato appunto “John Barleycorn Must Die”. Chi è allora John che deve morire? John è il simbolo personificato della birra o del whisky, e quindi indirettamente è il simbolo dell’orzo. La sua morte è necessaria per consentire la rinascita: una morte che rievoca quindi il ciclo della mietitura, lo stelo tagliato che rinasce dal suo seme. Non si sa con certezza in quale secolo ebbe origine questo canto. Di sicuro abbiamo una versione a stampa risalente al XVII° secolo, probabilmente la più antica in nostro possesso.

La versione dei Traffic è questa e, ventisette anni dopo la sua pubblicazione (quindi nel 1997),  venne utilizzata da Gabriele Salvatores come colonna sonora del film Nirvana. Buon ascolto!