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Una storia di confini

Non pubblico da tempo nuovi lavori, non perché non ci sia un “work in progress” che faccia da seguito a “Le stanze dentro” (ci sono almeno 20 nuove poesie in lavorazione) ma perché il lavoro da insegnante mi porta via molto tempo, e perché, dopo essere diventato ufficialmente “uno scrittore” (e qui c’è uno spunto critico al riguardo, anche nella poesia che segue: lo scrittore “scrive e basta”, anche “sull’acqua”, “sui corpi dei leoni”, non necessariamente pubblicando un libro), sono diventato molto esigente nei confronti di me stesso, e non voglio più proporre sul blog lavori di cui sono incerto.

Questa è una delle liriche che sicuramente entrerà nella prossima raccolta (che,  trovando un editore, non uscirà prima del 2020 inoltrato).

Una storia di confini

Troppo incanto
sbadiglia alle grotte,
s’inerpica sulla roccia
coi piedi lenti degli annegati.
Affonda, la bocca della mente,
tra i fossili delle sere pre-umane:
poi eccole,
uova di fantasma sgretolate sul selciato,
metà ad est di Greenwich,
metà dall’altro lato: è una storia di confini.
Una sedia vuota,
una folla di ottoni,
una coperta unta,
zampettano dai resti di guscio.
Metteteci un artista, sulla sedia:
potrebbe essere l’Ottocento
(così pare dalle tele arrampicate al muro).
Mettete uno scrittore, sulla sedia:
lui pubblica ovunque,
scrive sui corpi dei leoni,
scrive sull’acqua
scrive con la voce,
schiocca le palpebre.
Scrive.
Scrive che stanotte hanno avvelenato tutti
con ceste di fichi: sparivano i polmoni,
volando sopra i tetti con alucce d’insetto,
e ogni finestra era un porto senz’acqua.
Rubavano, i polmoni, i sogni della gente,
con una lenza appiccicosa
che era lingua di sauro:
cascavano, i sogni,
tutti in una cesta.
E così bruciavano le fiamme di incidenti stradali,
ma accanto si festeggiava il Pesach;
cavalli rinascimentali
irrompevano sulle autostrade
e c’era chi sognava resurrezioni,
e i morti,
risorti e impauriti,
si aggrappavano ai cavalli,
e i cavalli sbalzavano sulle lamiere,
nelle autostrade squarciate,
cunicoli della mente.
A volte accade,
sconfinano armenti di idee,
da Occidente a Oriente,
da uomo incosciente a uomo incosciente,
come se la pelle fosse
sottilissima,
un bordo trasparente.
E se un giorno sarò
uovo di fantasma
distruggerò il guscio
per scampagnare gli occhi
dove tutto è stato già coniato.
Ora i fantasmi del mondo pre-umano
sbocciano in cielo,
ad allattare i covoni terrestri:
le carnagioni egizie di Modigliani
scuotono il collo a destra e sinistra,
rugandosi d’ombra
(che grida e grida nella stanza senz’angoli, e ti salta addosso).
Manifesti e fari, e gente in posa
(orchestra nera di figure sottili)
e onde assetate di treni notturni,
e scampanellio di voci bianche.
Ora, c’è pace.
Ritorna presto, paesaggio urbano,
reticolato di arcobaleni in bianco e nero.
Ritorna presto, paesaggio umano.
Io preferisco il caos, all’esistenza.

Dipinto: Ruth Hartnup, “I dream in colour”

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Antologia “Capire per capirsi”, un inedito

“Tre scene del XXI° secolo” è entrata nella top 10 dei vincitori del concorso letterario “La zattera della medusa” ed è stata pubblicata nell’antologia “Capire per capirsi”. Una lirica che è un antipasto del mio nuovo progetto di scrittura che, ne sono certo, richiederà ancora diverso tempo per giungere a completamento.

Ricordo che l’iniziativa de “La zattera della medusa” è legata all’etnopsicologia volta al sostegno e alla riabilitazione del migrante, sicuramente un contesto lodevole e con implicazioni sociali.

Per il resto, come state? Per me è il primo anno di insegnamento su materia (insegno Storia e Geografia a due seconde medie), un’esperienza nuova e a cui sto dedicando buona parte delle mie energie. Nel weekend c’è un po’ di tempo per dedicarmi alla scrittura: divento sempre più esigente nei confronti di me stesso. Scrivo, confronto le idee, cerco nuove strade: non ho la smania di arrivare presto alla pubblicazione del secondo libro. Voglio solo che sia quanto di meglio io riesca a creare.

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Detskaya Literatura

“Detskaya Literatura” è stata una casa editrice per l’infanzia, nata in Russia nel 1933 per volere del governo sovietico. C’è da dire che per molti decenni qualsiasi produzione artistica, in Russia, doveva passare attraverso l’imprimatur governativo e attraverso le case editrici e discografiche di Stato (per la musica, ad esempio, c’era l’etichetta di stato Melodija, fondata nel 1964 e tramite la quale dovevano passare tutte le incisioni, le fabbriche di dischi e il commercio degli stessi).

 

Se si voleva sopravvivere, bisognava scendere a compromessi, e forti erano le pressioni a conformarsi e ad abbandonare influenze occidentali. Detskaya pubblicava anche singole fiabe a fascicoletti in versione tradotta in altre lingue, e anche questa bella stampa de “L’uccello di fuoco” di fine anni ’70/primi ’80 fa parte delle svariate cose (libri, oggetti, monete, francobolli) che mio padre portava dalla Russia ogni qualvolta ci faceva un salto.

 

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Hector – Liisa Pien (1975)

Musicista e cantautore molto noto in Finlandia, negli anni ’70 pubblica diversi dischi interessanti, con influenze psichedeliche e progressive. Il suo capolavoro è l’album Liisa Pien del 1975, che riesce nel tentativo arduo di mischiare brani originali a celebri cover di Procol Harum, King Crimson e Cat Stevens. Quando parlo di tentativo riuscito intendo dire che i brani, per quanto cover, sembrano scritti dalla sua stessa penna, per come si inseriscono alla perfezione nel mood umbratile e cupo del disco e per una certa uniformità di arrangiamenti (che rimanda tanto a certo prog cantautoriale quanto all’esordio dei King Crimson: non è un caso che il disco contenga una cover della celebre Epitaph).

Il disco è un concept album, ma a causa dei testi in finlandese non sono riuscito a decifrare il tema preciso (la copertina mostra una donna distesa per terra e un bicchiere). Ho scelto un brano scritto da Hector, la title-track, che è davvero maestosa e degna di essere accostata alle importanti cover rielaborate nel disco (tra queste segnalo una bella versione prog – con band al completo – di Sad Lisa, firmata da Cat Stevens). Per chi fosse interessato all’acquisto del 33 giri, segnalo la bella ristampa dell’etichetta Svart, in due versioni (vinile rosso limitato a 200 copie; vinile nero limitato a 300 copie).

A voi, Liisa Pien!

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Atlantide – L’uomo ed il cane (1976)

Questo brano è tratto da un disco davvero particolarissimo per tanti motivi. Oltre a essere uno dei pochi esempi di dischi hard rock cantato in italiano (mi riferisco a quelli pubblicati negli anni ’70: ovviamente in seguito abbiamo avuto molto altro sul genere), gli Atlantide avevano la particolarità di essere una band formata da quattro fratelli lucani emigrati in Germania nel 1973, i fratelli Sanseverino. Tutto in famiglia quindi. Riuscirono a esibirsi anche di spalla agli Scorpions e a ottenere buone recensioni, fino alla pubblicazione, nel 1976, del loro unico album, intitolato “Francesco ti ricordi”.

Siamo quindi di fronte a un’incisione ruspante ma con un bel muro di suono. Il difetto maggiore sembra essere proprio questa scarsa attenzione alla pronuncia, con una marcata cadenza del Sud Italia (la -t che diventa -d, con parole come “gende”, “niende” e “ugualmende”), ma è un aspetto che rende simpatico il disco e ne accresce il fascino. Ho acquistato la ristampa su cd diversi anni fa, e devo dire che non me ne sono pentito, perché il disco è davvero piacevole, ben suonato – torrenziale oserei dire – e con una bella vena melodica.

Ho scelto di postare uno dei brani più brevi e diretti, intitolato “L’uomo ed il cane”.

 

 

 

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Tre scene del XXI° secolo (Inedito)

Mentre vi ricordo che potete trovare “Le Stanze Dentro” anche su MondadoriStore e IBS (vi consiglio il primo perché ha copie disponibili, mentre amazon e Feltrinelli a quanto pare hanno esaurito la prima tranche di copie e occorre aspettare), il lavoro di scrittura continua.
A voi un’anticipazione di ciò che con tutta probabilità finirà in una seconda raccolta.

Tre scene del XXI° secolo

Pioggia di ferro scava acquari di sangue.
Alla maggiore età del secolo,
su pavimenti a sonagli,
ho raccolto tre frammenti.
Nel primo,
tra i fantasmi olivastri
delle Twin Towers,
nel madrigale dei tuoni metallici
restavano uncinati a pezzettini,
rampicanti su cespi di fiamma,
i versi a capo chino di Wisława Szymborska.
Tra fiordi rossi e magri
allevati col sangue di settembre,
facevano capolino paradisi di semi.
La gente, a casa, ripuliva dal fuoco le televisioni.
La seconda scena, a Mumbai.
Uomini neri ringhiavano ai tabernacoli
e volava una kippah nei cieli indiani,
facendosi larghissima
in testa al Taj Mahal.
Stregoni sulle altalene
trafiggevano agnelli.
La terza, a Paris.
Tremavano le sillabe di Offenbach,
crollando in tre tronconi:
Ba-rbarism
Ta-chisme
Clan-destin.
E per destino,
staccatesi da terra,
voleranno le scene in un dipinto,
abbracciate su locomotive di mandorli,
appese sulla stecconata magiara
che gela i migranti del Secolo Ventuno.
Così noi, affacciati
sugli angolini delle antologie,
scivolando con gli occhi a centro pagina,
come levrieri a vela torneremo.
Ritorneremo incastonati al centro
ad esser parte di qualcun altro,
se ognuno è sempre,
in parte,
un altro.

Mauro De Candia ©2018

Dipinto: Ali Banisadr, Contact (2013)

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