Pubblicato in: Musica d'Altri

Martha and the Muffins – Echo Beach (1980)

Ho scoperto per caso questo pezzo (e questa band), mentre facevo la spesa in uno store cinese.
Dovrò recuperare tutto l’album in cui è contenuto, perché è un brano davvero “appiccicoso”. Quanta grande musica ci riserva il passato.

Pubblicato in: Musica d'Altri

Hector – Liisa Pien (1975)

Musicista e cantautore molto noto in Finlandia, negli anni ’70 pubblica diversi dischi interessanti, con influenze psichedeliche e progressive. Il suo capolavoro è l’album Liisa Pien del 1975, che riesce nel tentativo arduo di mischiare brani originali a celebri cover di Procol Harum, King Crimson e Cat Stevens. Quando parlo di tentativo riuscito intendo dire che i brani, per quanto cover, sembrano scritti dalla sua stessa penna, per come si inseriscono alla perfezione nel mood umbratile e cupo del disco e per una certa uniformità di arrangiamenti (che rimanda tanto a certo prog cantautoriale quanto all’esordio dei King Crimson: non è un caso che il disco contenga una cover della celebre Epitaph).

Il disco è un concept album, ma a causa dei testi in finlandese non sono riuscito a decifrare il tema preciso (la copertina mostra una donna distesa per terra e un bicchiere). Ho scelto un brano scritto da Hector, la title-track, che è davvero maestosa e degna di essere accostata alle importanti cover rielaborate nel disco (tra queste segnalo una bella versione prog – con band al completo – di Sad Lisa, firmata da Cat Stevens). Per chi fosse interessato all’acquisto del 33 giri, segnalo la bella ristampa dell’etichetta Svart, in due versioni (vinile rosso limitato a 200 copie; vinile nero limitato a 300 copie).

A voi, Liisa Pien!

Pubblicato in: Musica d'Altri

Minnie Riperton – Les Fleur (1970)

Dal meraviglioso “Come to my garden” (1970), disco di esordio di Minnie Riperton, sfortunata cantante venuta a mancare a soli 31 anni nel 1979, per un brutto male.

La Riperton – una delle voci femminili più belle di sempre – era già attiva dal 1967 (giovanissima) nel gruppo psichedelico Rotary Connection, poi diede vita a una carriera solista durata per tutti gli anni ’70. Divenne celebre per la cosiddetta “whistle voice” (registro di fischio), con la quale riusciva a raggiungere tonalità altissime. Un esempio della whistle voice di Minnie lo si ritrova ad esempio all’inizio della traccia Completeness

Il brano che propongo è la bellissima opening track di “Come to my garden”, intitolata Les Fleur (anche alla fine di questa traccia abbiamo le straordinarie escursioni in whistle di Minnie, il suo segno distintivo).

 

Pubblicato in: poesia

Meraviglia

Questa poesia, assieme alla precedente “Un’epidemia”, apre un nuovo ciclo. Di tutto ciò che è stato pubblicato prima sul blog, solo una piccola parte – riveduta e corretta – andrà a confluire in un’opera che spero uscirà quanto prima (non dipende da me, o forse sì), e conterrà numerose poesie inedite che non saranno pubblicate sul blog.
“Meraviglia” è il titolo provvisorio che vuole aprire un nuovo corso: ho voluto celare il titolo reale.

Giorni di fango
ci hanno distesi qui.
Scendevano i lividi
a rugare di metanolo
il Weißhorn,
mentre eravamo lì,
sospesi come stalattiti di carne
a impasticcarci di sogni
nella Zona-Paralisi.
La mia dinamo è in tensione muscolare,
il diafanoscopio è la ragione
che ci attende.
Che cos’è questo terrore della luce?
Questo piacere sottile
che ci separa dalle lune a vapore,
lente sacerdotesse dei giorni meccanici?
È notte,
e i canti dei morti
disseminati tra le pietre
diventano campane rovesciate,
raccolgono il succo
delle stelle mature e dolci,
a cui abbeverarsi.
Siamo inchiodati supini,
nei cortili di fucili.
Io mi immaginavo
tra le tue falangi,
lontanissima Annette,
che come tralci di vite
sgocciolavano ombre,
pronte a incurvare quelle stelle,
a trascinarle indietro,
a retrocedere il tempo.
Dove finiremo?
Inghiottiti in qualche buca
delle mappe celesti?
Gli uomini di domani
ci dedicheranno qualche stella?
Se la luce è bianca,
rossa la paura,
blu le ferite
e gialle le parole,
complessivamente,
Dio è nero.
Dall’altra parte del mondo
le vecchie sistemano il pane
in ceste di vimini.
Forbavselse,
Zachwyt,
Wonder,
Wunder,
Maravilla.
Mentre sto dormendo,
ho ridisegnato i golfi dell’Oceania,
masticato fave di cacao,
giocato col fuoco e le rondini.
Sono un restauratore mentale,
e ho intagliato volti ossianici
nella sella turcica,
piccoli nascondigli bianchi
pronti a cantare
allo squarcio del vento.
Siamo in cinque,
e supini,
Annette.
Adagia Schubert sul grammofono
e apri la finestra.
Lo senti ancora il profumo?
Dall’altra parte del mondo,
in ceste di vimini,
le vecchie sistemano il pane.

Mauro De Candia ©2018
Creative Commons License
This work is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

 

Immagine: Giuseppe Cominetti, “Fra i reticolati”, 1918

Pubblicato in: Musica d'Altri

David Bowie – Fascination (1975)

Stasera tiro fuori il Bowie insolito, quello che sulla carta mi piace meno di altre sue incarnazioni, ma di fatto “Young Americans” del 1975 resta un disco sottovalutato, atipico e ricco di interesse, tanto che la stampa lo definì “il primo disco di soul nero inciso da un musicista bianco”. Io prediligo da sempre il Bowie glam-rock, quello di Hunky Dory, di Ziggy Stardust, anche quello di Diamond Dogs, eppure pochi pezzi mi fanno venir voglia di ballare (e io odio ballare!) come Young Americans (dall’omonimo album) o Fascination (sempre dall’album “Young Americans”).
A voi il soul “bianco” del Bowie meno conosciuto.

Pubblicato in: Musica d'Altri

Queen & David Bowie – Under Pressure (1981)

Rompo il silenzio di questa già torrida estate per ricordare una canzone straordinaria, frutto del talento di cinque grandi musicisti. In realtà la jam session preparata dai Queen non era così promettente – oggi è stata tirata fuori – e non lasciava presagire molto di quel che sarebbe maturato.
Si dice che, in questa straordinaria collaborazione (tutti si ritrovarono in Svizzera), vi siano stati scontri tra le due “primedonne” (Mercury e Bowie), i quali poi si ritirarono in duo (lasciando i restanti Queen) e, in un tour de force compositivo, coadiuvato da alcool e droghe, portarono a compimento una delle canzoni più belle di sempre, basata su un giro ripetitivo di basso, senza una vera e propria strofa e ritornello.

A voi, Under Pressure!